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Sguardo sul lutto ai tempi dei social network

Quali sono le tappe emozionali fondamentali che permettono il  “viaggio” di elaborazione del lutto, processo psicologico più diffuso di quanto immaginiamo? Oggi, grazie alla dott.ssa Claudia Miceli, Psicologo clinico, Psicoterapeuta, ci soffermeremo a capire se i social facilitano questo processo o ne determinano un lutto perpetuo e/o allungato? E soprattutto … dobbiamo cominciare a preoccuparci dell’esistenza del nostro account dopo la nostra morte?

Dott.ssa Claudia, a cosa o a chi ci riferiamo quando parliamo di  lutto?

Il lutto è uno stato emotivo inevitabile e necessario nella vita di ognuno di noi, legato prevalentemente alla morte di una persona molto importante. Tuttavia, questo processo ci  riguarda più spesso di quanto immaginiamo e a più livelli durante la nostra vita. Siamo a lutto quando realizziamo la perdita di un legame o sperimentiamo l’idea di una o più separazioni che riguardano diversi aspetti della nostra vita: la morte di una persona, una separazione geografica, l’abbandono di un luogo, la fine di un impegno importante, la fine di una possibilità di cambiamento, la perdita del proprio ruolo sociale, un fallimento personale o lavorativo, la fine di un lavoro,la nascita di un figlio malato, la mancata nascita di un figlio, la separazione coniugale, la perdita di una funzione organica o di una parte del corpo  (pensiamo alle frequenti  diagnosi infauste di neoplasie e alle connesse fantasie connesse alla perdita di parti di se, un arto, un seno), il passaggio tra  fasi del ciclo di vita (pensiamo all’adolescenza ).

Nonostante questi siano avvenimenti molto frequenti nella vita delle persone, sembra quasi che nella società odierna non ci sia posto più per una fase emotiva, necessaria per salutare dentro e fuori di noi una persona o una situazione. Questo saluto è ciò che permette di riprendere in maniera equilibrata il regolare corso della vita e delle cose. La velocità con cui tutto deve essere eseguito, non dà più spazio e tempo, necessari per arrivare all’accettazione dell’assenza.

Dinnanzi ad un lutto, c’è un modo per non soffrire?

Depressed woman

Poter passare attraverso le varie fasi ed emozioni legate al lutto diventa un processo importante, imprescindibile, dal momento che se ciò non avviene la persona può trovarsi congelata in una di esse e andare incontro al deterioramento della proprie relazioni e del proprio stato emotivo, sviluppando un  elevato grado di sofferenza che può compromettere le possibilità evolutive del soggetto. La sofferenza ci appartiene e a mio avviso risulta un buon indicatore delle idee sulla vita che la morte ci lascia.

Da cosa passa il “viaggio” di elaborazione del lutto?

Il “viaggio” sulla strada del lutto è fatto da tante tappe: parte dalla negazione accompagnata dallo shock della avvenuta perdita, passando dalla rabbia per transitare attraverso uno stato di accettazione in cui (con gran dolore) la morte avvenuta viene ammessa, per approdare infine alla reale separazione  e al saluto. Questo percorso è caratterizzato da reazioni emotive molto intense e necessarie a mantenere e preservare la propria integrità psicologica.

 Ieri, per contenere la sofferenza vi erano i riti, oggi i social network ?

In ogni tempo e per ogni cultura, per aiutare le persone in stato di sofferenza, si erano strutturati dei riti laici, religiosi e familiari che “guidavano” e sostenevano il familiare in un momento in cui si  questi era sotto shock, pensiamo alle feste americane di commemorazione o all’antichissimo rito funebre della cremazione sul fiume Gange, o per non andare molto lontano alle veglie funebri dei nostri territori. Molti di questi riti sono presenti ancora oggi, ma in una forma molto più individualistica e, tuttavia, nell’attualità essi  si piegano ai paradigmi culturali  del contesto storico e sociale. E poi ci sono i social network.

Forse vi sarà capitato in seguito alla perdita di una persona cara, di entrare nella comunità virtuale  e leggere o di scrivere alcuni aggiornamenti di stato che esprimono l’inevitabile senso di perdita provato dall’autore del messaggio. Tristezza, smarrimento, angoscia, il  tutto entro la cornice di una comunicazione paradossale:  il soggetto che vive un evento luttuoso che condivide sull’home di Facebook, si trova ad essere destinatario di una comunicazione positiva (“mi piace”) dentro una cornice di  contesto (scomparsa della persona amata) che parla di morte.

In quel caso, sembrerebbe che il soggetto vada oltre l’aspetto di “notizia” della comunicazione  (il piacere dichiarato al post ) soffermandosi su quello “di relazione” (la vicinanza espressa). E sembrerebbe persino che la nostra mente si stia molto modellando a vivere delle ripetute esperienze di dissonanza cognitiva, ovvero sostenere due o più convinzioni o pensieri che risultano in contraddizione tra loro.

Dunque non ritengo che i social siano sostitutivi dei riti, piuttosto credo costituiscano una possibile “barriera emotiva allargata ed espansa” e soprattutto ubiquitaria e trasversale che può anche avere una qualche funzione contenitiva. Il tutto dentro una  cornice illusoria che apre alla possibilità di elaborare un lutto in modo diverso, una sorta di auto mutuo aiuto condiviso con gli altri utenti che possa rendere “immortale” la persona scomparsa.

I social  stanno cambiando il modo in cui si vive esperienza del lutto? 

Se vogliamo guardare agli effetti che la modernità digitale ha avuto sul lutto, basta visitare  le pagine Facebook per le vittime degli ultimi avvenimenti (i terremoti, le morti delle studentesse Erasmus, stragi del Bataclan). Esse sembrano essere divenute il più grande riferimento digitale per parenti, amici e conoscenti. Si condividono storie, foto di persone scomparse, si ricorda e ci si consola tra chi non necessariamente si conosce al di fuori di quello spazio virtuale.  Mantenere attiva la pagina di un defunto, inviare messaggi in bacheca, scorrere le sue foto, ripercorrere momenti insieme, può esser visto come un nuovo modo di celebrare un lutto, un ricordo,una storia, di sentire meno lontano chi vicino non sarà più (Fearon, 2011).

Accade dunque che le pagine personali degli utenti spesso restano presenti e reperibili anche allorquando gli utenti stessi sono deceduti, e ciò potrebbe indurre a parlare di  un  “lutto perpetuo”, attuando una persistente confusione tra vita e morte. Così nella scena collettiva e spesso in quella individuale, l’idea della Morte (negata,rimossa, spettacolarizzata o alterata),viene coniugata con quella di Vita, rendendo l’elaborazione probabilmente, problematica.

Oltre all’idea di lutto, i social stanno modificando la propria idea di morte?

Con i social, tutti stiamo rivisitando la propria idea di morte. Si pensi che recentemente, Facebook, ha introdotto una nuova funzione (legacy contact) che permette, dopo essere entrati nelle proprie “Impostazioni di protezione” di  selezionare la persona a cui si vuole concedere di accedere al proprio profilo (da defunto): viene scelto un “Contatto Erede”, che potrà postare sulla pagina commemorativa, rispondere alle richieste di amicizia e cambiare il proprio profilo, ma non modificare ciò che il defunto abbia già postato né eliminare l’account intero. Ciò è già funzionante per gli utenti negli Stati Uniti. (Per i curiosi rimando al sito https://www.facebook.com/help/103897939701143?helpref=faq_content ).

Pensare a come sopravviverà il proprio account, apre già ad un cambiamento, quello di  confrontarsi con l’inevitabilità della propria morte.

Che significa tutto questo?

Forse bisognerebbe prendere atto di una trasformazione che non riguarda solo il modo di come alcuni vivono un lutto,ma si estende al confronto imperituro e continuo con la propria idea di morte e di quanto il web e le potenzialità connesse alle piattaforme esistenziali (ove quasi tutto è possibile e in cui vi è una commistione confusiva di livelli) stiano incidendo sulle nostre vite in generale alterando il senso del limite e del confine, nelle nostre coscienze e mistificando idee di vita e morte.

Il costante aumento dei profili dei defunti pone in maniera forte la questione di come sia possibile la condivisione di uno spazio comune tra vivi e morti e di come le narrazioni della vita quotidiana si intreccino con i meccanismi del ricordo e del lutto, creando uno “spazio connesso e sospeso”.

Il lutto non appare più necessariamente come un processo di superamento del dolore della separazione che attraversa varie fasi (negazione, rabbia, patteggiamento, depressione e accettazione), ma  un continuum dialettico tra il “desiderio di ricordare” ed il “diritto a dimenticare”, generando un interazione costante tra commemorazione e scambio, a superamento dei tabù di morte  del mondo occidentale.

Ringraziamo la dott.ssa Claudia Miceli, Psicologo clinico, Psicoterapeuta.

Alberto Visalli

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