Cronaca

Pubblicato il: 16, dicembre 2013

cassazioneFinisce l’odissea di quattro giovani di Sant’Agata Militello, protagonisti di una incredibile vicenda giudiziaria che li vedeva accusati e condannati del gravissimo reato di violenza sessuale di gruppo ai danni di una minore. La suprema Corte di Cassazione, terza sezione penale, ha infatti annullato senza rinvio la sentenza della Corte di Appello di Messina che aveva, in parziale riforma della sentenza di primo grado emessa dal tribunale di Messina – Sezione per i Minorenni -, condannato cinque giovani santagatesi alla pena di tre anni di reclusione. I fatti risalgono al 2000. Protagonisti della storia otto giovani santagatesi, di età compresa tra quattordici e quindici anni, ed una quattordicenne residente in un comune della Lombardia. La giovane, che era solita trascorrere le vacanze a Sant’Agata per le feste e in estate, di ritorno dal viaggio in occasione della Pasqua del 2000, raccontò di essere vittima da tre anni degli abusi di un branco di coetanei che, durante le sue gite santagatesi, l’avrebbero costretta a subire una serie infinita di violenze sessuali trascinandola presso appartamenti privati, centri sportivi e casolari di campagna. Gli otto ragazzi furono quindi rinivati a giudizio ed a loro carico furono ascritti ben 14 capi d’imputazione. In primo grado, nel Marzo 2009, il tribunale dei minori di Messina condannò sette di loro, limitatamente a quattro  capi di imputazione,  alla pena di quattro anni e due mesi di reclusione, su richiesta del procuratore Simona D’Agata. Assolto uno degli imputati perché il fatto non sussiste. I sette condannati fecero quindi ricorso in appello. La sentenza di secondo grado mandò assolti due di loro mentre per gli altri cinque le pene furono ridotte a tre anni di reclusione e le attenuanti generiche che comportarono la sospensione condizionale della pena. Difesi dagli avvocati Giuseppe Mancuso e Santino Trovato, quattro dei cinque giovani, dopo la sentenza di appello decisero di fare ricorso anche in Cassazione per comprovare la propria innocenza ed estraneità ai fatti contestati. La suprema Corte, nell’udienza del 10 Dicembre, ha quindi pronunciato la sentenza di annullamento della condanna per tutti e quattro perché il fatto non sussiste. Si conclude così la triste vicenda protrattasi addirittura per tredici anni che quei giovani, adolescenti all’epoca dei fatti oggi alcuni di essi padri di famiglia, sono stati costretti loro malgrado a subire, sopportando accuse infamanti ed il marchio di “branco” che in tanti avevano già cucito loro addosso. 

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