Politica

Pubblicato il: 1, aprile 2015

“Oltre al mancato riscontro da parte dell’ente locale interessato alle note di sollecito ministeriali tempestivamente inviate, ove erano altresì evidenziate le criticità riscontrate, risulta inoltre documentalmente provata la mancata osservanza dei termini relativi alle certificazioni in tema di formazione”. E’ eloquente, al di là di qualsiasi considerazione politica di sorta, la stringa che chiude la nota (leggi nota ministero) firmata dal capo del dipartimento dell’organizzazione giudiziaria, del personale e dei servizi del ministero della giustizia, Mario Barbuto, inviata al Tar di Catania in riscontro all’invito dello stesso tribunale amministrativo di riesaminare la posizione del comune di Sant’Agata, che aveva fatto ricorso contro il provvedimento di chiusura dell’ufficio del giudice di pace. Una delle tante vicende degli ultimi due anni a Sant’Agata nelle quali l’amministrazione Sottile ha provato a giocare sull’equivoco, a nascondersi dietro interpretazioni di leggi e normative, presunte incomprensioni e ritardi altrui nella trasmissione di atti, ha provato a mascherare maldestramente le proprie responsabilità  salvo essere smentita, come in questo caso, dai fatti e dai documenti non certo della parte politica avversa ma da organismi statali ed uffici ministeriali.  Così come disposto dal Tar nella sentenza che accoglieva l’istanza sospensiva contenuta nel ricorso proposto dall’avvocato Rosario Ventimiglia per conto del comune al provvedimento di chiusura, il Ministero aveva  45 giorni di tempo  per un “riesame della posizione del comune, nei confronti del quale si potrà attivare, ove necessario, un incremento istruttorio al fine di verificare la sussistenza di tutte le condizioni prescritte per il mantenimento dell’ufficio a cura del comune”. Detto fatto, il dipartimento  dell’organizzazione giudiziaria ha rivisitato tutto l’iter che riguarda l’ufficio del giudice di pace di Sant’Agata giungendo alla conclusione che “non si può che confermare le determinazioni già assunte con il D.M. 10.11.2014”, ossia il decreto che dispone la chiusura del giudica di pace. Nella nota del ministero, in particolare, si fa riferimento alla mancata assicurazione, entro le scadenze previste,  degli impegni assunti dall’amminstrazione per il mantenimento della sede del giudice di pace, quali l’obbligo della formazione del personale destinato all’ufficio giudiziario. Tirocini incompleti, certificazioni senza i riferimenti richiesti dei nominativi e documentazione inviata tardivamente. Passaggi chiarissimi  ricostruiti dal ministero che inchiodano le responsabilità dell’amminstrazione comunale nella gestione della pratica. “D’altra parte – scrive Barbuto – nessun riscontro è stato fornito dall’ente locale e dal giudice di pace di Sant’Agata alle note di sollecito del capo dipartimento e del presidente del Tribunale con cui venivano evidenziate le criticità oggettive e soggettive riscontrate in relazione al personale”.  Fortunatamente, però, per l’ufficio del giudice di pace di Sant’Agata Militello, così come per il resto d’Italia, nulla è ancora precluso. Il salvagente, come è noto, l’ha lanciato un emendamento al decreto Milleproroghe, sostenuto tra gli altri dal Senatore Bruno Mancuso e dal Gruppo Area Popolare, che consente l’estensione al 30 Luglio 2015 dei termini entro cui gli enti locali interessati possono chiedere il mantenimento degli uffici dei Giudici di Pace. Il provvedimento, che per l’appunto non teneva conto (fortunatamente per Sant’Agata) della presentazione o meno e dell’esito di eventuali ricorsi concede  a tutte le amministrazioni comunali interessate un congruo tempo per ottemperare a quegli adempimenti richiesti, con oneri a carico dei comuni stessi, per il mantenimento delle sedi di Giudice di Pace. Chissà se questa volta l’amministrazione Sottile sarà capace almeno di aggrapparsi al salvagente. In ragione di ciò, i consiglieri del gruppo di maggioranza hanno presentato un’apposita interrogazione al sindaco (leggi Interrogazione), per chiedere  se sia stato avviato l’iter necessario per avvalersi della procedura di riapertura prevista dal decreto milleproroghe approvata dal Parlamento

 

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